
| Titolo Originale | Match Point |
| Diretto da | Woody Allen |
| Genere | Drammatico, Noir |
| Release | 13 gennaio 2006 (Italia) |
| Runtime | 124 minuti, colore |
| Paese | USA, Gran Bretagna |
| Lingua | Inglese |
| Cast | Scarlett Johansson, Jonathan Rhys-Meyers |
Impassibile, freddo, spietato, oltre il limite.
Woody Allen prepara un gustoso film che non ha il sapore della commedia irriverente o del noir impostato lì per lì. “Match Point” varca i confini del cinema silenzioso e meschino dove il protagonista non è un ragazzetto sprovveduto e le atmosfere non sono né ipocrite né sfarzose, l’obiettivo non è stupire ma irrigidire e lanciare l’esca agli spettatori che conoscono o amano il vecchio Woody e vorrebbero ritrovare il genio che ha scritto dialoghi degni d’essere paragonati al quieto cinismo di Oscar Wilde.
L’epoca non è quella vittoriana, ma il gusto è amaro anche qui.
Chris (Jonathan Rhys Meyers) è un bel ragazzo, istruttore di tennis ed ex-professionista, piace alla famiglia della fidanzata e ha una vita serena, mediocre, ma senza guai. Un giorno incontra sulla sua strada Nola (Scarlett Johansson), sua futura cognata, e il suo desiderio per lei cresce smisuratamente, la passione arde, la voglia di essere con lei notte e giorno brucia e scompiglia l’anima composta e educata del protagonista. Nola non si lascia intimidire dal rischio di una relazione così compromettente e si crea così un intreccio di menzogne, telefonate rubate, pensieri fugaci e rapporti sfrenati alle spalle di fidanzate, mogli e famiglie, ignare che i due si conoscano o addirittura frequentino. Il pugno nello stomaco, il “match point”, arriva quando meno te lo aspetti. Per tutta la durata del film sai che non può funzionare, qualcosina andrà a distruggersi ma cosa non lo sai, non lo percepisci completamente e ti sorprendi quando il bel tennista irlandese, così perfetto e attraente, smonta la realtà a cui siamo abituati.
Ironia della sorte, si pensa sempre che sia il cattivo ad essere punito e il buono a vincere…e chi l’ha detta questa? Stavolta non attacca e difatti credo che Chris “vinca” la giustizia (ma non la sua coscienza, martoriata e privata di quella normalità psichica che si auspica sempre) non perché sia stato un piccolo genio del male e neppure perché Scotland Yard è tonta, ma per lo scoraggiante motivo che segue: Chris è sostanzialmente buono, non merita il premio Nobel per la fedeltà ma non è tipo da far male a qualcuno con quel viso angelico e schivo, la cosa più cattiva alla quale può aspirare è rubare le caramelle ad un bambino. Ed è qui che Allen entra precipitosamente nella storia, la sua e la nostra, quella che stiamo ammirando con ansia sullo schermo, troncando giustizia rispetto e grilli parlanti, non esiste più nulla di tutto questo, non si nasce criminali e neppure lo si diventa, ogni tanto è necessario che lo si sia, tutto qui.
“Il fine giustifica i mezzi”, stavolta è un pò troppo crudele, ma rende questo film tremendamente affascinante. Guardatelo e odiatelo perché poco spesso si ama tanta impersonale critica ad un mondo che non si sorprende più e trae profitto dalla morte altrui (non punendo, soprattutto).
Semplice (s)fortuna?
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