Fin dalla prima scena, in cui ci appare un prato dove stanno pascolando delle mucche, lo schermo è nettamente diviso in due da un palo posizionato al centro dell'inquadratura. Per tutta la durata del film questa divisione caratterizzerà la maggior parte delle scene, separando due diversi punti di vista attraverso i quali ci viene presentato ogni momento: da una parte ciò che il protagonista vede e vive, dall'altra la scena così come è percepita dall'occhio dello spettatore (spesso solo una stanza vuota o un corridoio in penombra).
Ma due sono anche le vite intorno alle quali ruota la vicenda e che in qualche modo finiranno per incrociarsi: quella di Adela, ragazza madre che decide di trasferirsi con il figlio Miguel a Madrid per cominciare una nuova vita, e quella di Antonia, che regge sulle spalle il peso di una famiglia sconvolta dal tumore che ha colpito la più giovane delle sue tre figlie e dalle liti tra le altre due sorelle.
Il film ha quindi un'impostazione dualistica, che manterrà per più di due ore, durante le quali le due storie si svilupperanno ed alterneranno, come in una danza.
Adela trova lavoro come hostess e si trasferisce in un appartamento dove vivono anche Caros e Inés (una delle figlie di Antonia), con i quali condivide i pasti e il tempo libero. Proprio quando sembra che nella sua vita tutto stia andando per il verso giusto, rimane vittima di un attacco terroristico su un autobus. Da quel momento in poi la sua sopravvivenza porterà sempre il segno indelebile della morte del figlio e il senso di colpa per essersi trasferita a Madrid, mettendolo in pericolo. Sola e ormai senza speranza, in una delle scene più toccanti del film, guarda il suo corpo sfregiato dall'incidente, nudo e privo di difese, e non piange. Dovrà trovare la forza dentro di sé per poter andare avanti e cominciare da capo, una volta ancora.
Antonia è una vedova, che gestisce una piccola bottega e divide equamente il suo tempo libero tra le figlie e un uomo al quale fa compagnia. La malattia della figlia minore, che accompagna dentro e fuori dall'ospedale, le provoca un grande dolore, mentre le continue discussioni delle altre due sorelle per la vendita della casa della madre la coinvolgono direttamente. Solo la sua morte, lenta e solitaria, riunirà la famiglia.
Ciò che balza subito agli occhi è la totale centralità delle donne in questa pellicola: gli uomini entrano in scena solo per pochi minuti, si intrattengono in discussioni superficiali e inutili ai fini della narrazione e se ne vanno così come sono arrivati, lasciando solo un debole alone. Tutte donne, insomma, e tutte indipendenti e fumatrici.
Altra caratteristica è la costante presenza in primo piano di una porta, attraverso cui il regista osserva i movimenti dei personaggi e che separa nettamente lo spettatore da ciò che accade sullo schermo. La stessa protagonista entra in scena, all'inizio del film, varcando la soglia di casa.
Delicato e toccante, “La soledad” racconta con estremo realismo il tema della morte e della sofferenza, ma anche quello dell'amicizia e della solidarietà, grazie alle quali, persino nelle situazioni peggiori, possiamo trovare la fora di alzarci e ricominciare a camminare.
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